Caritas, la situazione abitativa degli immigrati in italia
In crescita i provvedimeni di sfratto e i pignoramenti per mutui non pagati
29 ottobre 2011
Le richieste di esecuzione presentate all’Ufficiale giudiziario sono state 110.048 e gli sfratti eseguiti 29.825. L’analisi delle cause di sfratto evidenzia che si è registrato negli anni un aumento dei provvedimenti emessi per morosità e, parallelamente, una diminuzione di quelli emessi per finita locazione. Gli sfratti per morosità sono aumentati negli anni sia in termini assoluti che percentualmente sul totale: nel 1983 rappresentavano il 13% degli sfratti emessi, nel 1997 oltre il 50%, nel 2010 l’86% (Studio CGIL -SUNIA sulle procedure di sfratto, luglio 2011).
Negli ultimi anni gli immigrati sono stati una quota sempre più incisiva e vitale della domanda abitativa nel nostro paese, sia nel mercato delle locazioni che in quello delle compravendite. L’accesso ad un’abitazione dignitosa è una linea di demarcazione fondamentale per definire l’inclusione o l’esclusione sociale in un Paese, sia per la sua importanza nella vita di ogni individuo come bene primario sia come fondamentale diritto sociale che dovrebbe essere concretamente tutelato.
In Italia dobbiamo segnalare un’assenza di strumenti di welfare abitativo e di forme di protezione sociale oltre che l’inefficacia delle politiche sociali della casa attuate in ambito nazionale e locale.
Con la recessione, la possibilità di essere colpiti dal disagio abitativo non risulta più circoscritta esclusivamente alle fasce più marginali della popolazione straniera, costrette per la loro condizione di irregolarità a soluzioni abitative precarie e disagevoli. Nell’Indagine conoscitiva sul mercato immobiliare svolta dall’VIII Commissione della Camera (luglio 2010), è stata riscontrata la presenza di un’ampia area di soggetti che non riescono ad accedere alla casa con proprie risorse. Tra questi, oltre alle famiglie a basso reddito, vanno inclusi gli anziani soli, le giovani coppie, le famiglie monoparentali o con un solo reddito, gli studenti e i lavoratori fuori sede, nonché gli immigrati regolari.
Secondo fonti Eurostat in Italia la percentuale di famiglie gravate da pesanti debiti finanziari a causa del costo dell’abitazione è salita dal 53,7% del 2005 al 58,6% del 2008. Il recente rapporto Istat sulla povertà in Italia (2010) evidenzia dei dati allarmanti riferiti a fasce ampie della popolazione; quasi una famiglia su cinque è povera, sintomo che la crisi ha colpito i più deboli, accentuando le disuguaglianze a partire dalla redistribuzione della ricchezza. Questo rapporto esamina esclusivamente le famiglie italiane residenti senza fornire dati di approfondimento sulle famiglie immigrate, pur rappresentando una percentuale significativa (7%) sul dato complessivo della popolazione.
La recessione continua ad incidere soprattutto sui livelli di vita di coloro che versano in condizioni di maggiore vulnerabilità sociale. In questo contesto gli immigrati presenti nel nostro paese rappresentano uno dei tanti volti della precarietà abitativa. La casa rappresenta probabilmente la più importante condizione di inserimento degli immigrati nella società di accoglienza ma, allo stesso tempo, anche la più critica, (Crosta, Mariotto e Tosi 2000; Tosi 2004). Molto spesso sono, infatti, tagliati fuori dalla possibilità di acquistare una casa per i bassi redditi e discriminati nell’accesso al mercato degli affitti, che spesso offre loro solo soluzioni subalterne quali la locazione al nero, in subappalto e in coabitazione (Gli immigrati e la casa, Sunia 2009). Queste condizioni abitative tendono a trasformare le dinamiche sociali ed economiche nelle aree metropolitane. Come sottolinea una ricerca svoltasi nel quartiere Pigneto di Roma, definito Banglatown, l’insediamento degli immigrati, legato ad un mercato illegale degli affitti, determina speculazioni fortissime. I cittadini immigrati sono attori tutt’altro che secondari nel processo di rivalutazione speculativa che prende il nome di gentrification, e forniscono, in ragione della propria fragilità sociale ed economica, una domanda di alloggi altamente sfruttabile (F. Pompeo, a cura di, Pigneto-Banglatown Migrazioni e conflitti di cittadinanza in una periferia storica romana, in corso di pubblicazione.
La presente ricognizione andrà dunque ad esaminare le dinamiche di inclusione ed esclusione degli immigrati dal mercato della compravendita e della locazione nel nostro paese. Accanto a questo non può, però, essere tralasciato il contesto giuridico/normativo el’aspetto delle politiche pubbliche che dovrebbero garantire l’accesso al bene casa. Il diritto all’abitazione è stato chiaramente qualificato dalla Corte Costituzionale come diritto fondamentale (sentenze n. 217/1988 e n. 404/1988), elemento irrinunciabile di quell’esistenza libera e dignitosa da cui traggono fondamento tutti i diritti sociali della persona, e quindi anche del cittadino straniero. Il Testo Unico sull’immigrazione e sulla condizione dello straniero (D.lgs. 25 luglio 1998 modificato dalla L.189 del 2002) all’articolo 40 prevede due categorie di intervento pubblico riguardanti l’accoglienza (art.40 c.1,2,3) e i dispositivi per l'integrazione sociale (art.40 c. 6), quali l'offerta di alloggi pubblici, le forme di sostegno per l’accesso alla locazione privata o l'acquisto della prima casa. La stessa legge n. 189 del 2002, nel momento in cui impone il requisito del possesso di soggiorno della durata di due anni per l’accesso alle prestazioni sociali di sostegno all’abitare, introduce elementi di dibattito sulla sua costituzionalità con riferimento al principio di non discriminazione, ritenuti fondati dal TAR della Lombardia (ordinanza n. 23 del 2009). Il requisito del titolo di soggiorno valido per due anni non è infatti idoneo a dimostrare il grado di radicamento sociale e il legame degli stranieri con il luogo di residenza dal momento che viene rilasciato solo a chi, anche appena entrato in Italia, ha un contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, mentre per tutti gli altri la durata del permesso di soggiorno è limitata ad un anno (anche per coloro che si trovano nel nostro paese da molto tempo). La questione di legittimità di pone anche per quanto riguarda il cosiddetto “Piano casa” (legge 133 del 2008 art. 11) prevede un incremento dell’offerta abitativa pubblica per diverse categorie tra cui “gli immigrati regolari a basso reddito presenti da dieci anni nel territorio nazionale, e da cinque sul territorio regionale”, da documentare tramite certificato storico-anagrafico. Inoltre, la competenza in materia di edilizia pubblica è regionale e questi interventi legislativi nazionali presentano un dubbio di costituzionalità anche in tal senso. D’altro canto, la situazione che si sta creando è quella di una “diversificazione geografica del diritto all’abitare” poiché in diverse regioni (come Marche, Toscana, Emilia Romagna, Liguria) non esistono differenze tra stranieri e italiani nei criteri d’accesso, mentre altre (la Lombardia) impongono il requisito dei 5 anni di residenza o inseriscono (Friuli Venezia Giulia) un meccanismo di punteggi progressivi che favoriscono in graduatoria chi ha più anni di residenza, con conseguenze tutt’altro che irrilevanti. L’attuale legislazione in materia di immigrazione subordina, infatti, la possibilità per uno straniero di ottenere il contratto di soggiorno (e per il rinnovo del permesso) alla coesistenza di due requisiti: un regolare contratto di lavoro e una sistemazione alloggiativa certificata come idonea. L’abitazione non è più soltanto l’oggetto di un diritto, ma contemporaneamente l’oggetto di un onere che lo straniero deve adempiere per qualificarsi e beneficiare di tutta un’altra serie di condizioni. È evidente come il legame così creato tra soggiorno/permanenza sul territorio e abitazione renda ancor più peculiare la garanzia per lo straniero del diritto all’abitazione. Per gli immigrati, dunque, l’impossibilità di accedere ad un alloggio rappresenta oggi anche il rischio di cadere, o rimanere, in una condizione di “irregolarità”, e quindi passibili del nuovo reato di “clandestinità”, con le estreme conseguenze della detenzione e dell’espulsione coatta: quello che dovrebbe essere il diritto alla casa sembra diventare un obbligo.
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